lunedì 26 gennaio 2026

Black Rabbit


Jake è il proprietario di un ristorante alla moda di New York che, grazie alla bravura della sua chef, sta per entrare nell'olimpo dei locali della città. Nello stesso momento suo fratello Vince, sommerso dai debiti di gioco, deve scappare da Reno dove ha accidentalmente ucciso un uomo, e torna a NY. La rimpatriata dei due provocherà un effetto domino devastante per entrambi.


Come sicuramente saprai se mi leggi da un pò, questo è il periodo dell'anno in cui mi ubriaco di classifiche di fine anno. Dischi, film, serie tv, mi incuriosisce molto di più il giudizio a consuntivo rispetto a quello a ridosso dell'uscita, sia perchè a freddo si evita l'inevitabile (e più o meno onesto) hype delle novità, sia per quel minimo di storicizzazione che serve per vedere le cose ad una più giusta distanza. Ebbene, mi sono stupito di non trovare praticamente su nessuna top 2025 la serie tv (Netflix) Black Rabbit, che invece a me è piaciuta molto. Probabilmente è uno di quei casi in cui l'apprezzamento è esclusivamente soggettivo.

Eppure questo crime/noir un pò atipico, sospeso tra business della ristorazione, sogni di rock and roll, fallimenti personali e legami famigliari sbrindellati è costruito bene e i personaggi principali, interpretati da Jude Law (l'imprenditore newyorkese sempre sul filo del fallimento) e il fratello Jason Bateman (che invece del fallimento ha attraversato tutte le fasi) duettano bene. Così come tutti i villain (Chris Coy e Forrest Weber), che hanno le facce giuste, e l'attore sordomuto Troy Kotsur, forse quello che più si stampa nella memoria, nei panni del boss mafioso che comunica con la lingua dei segni.

Ma probabilmente la vera protagonista della serie è una New York notturna e modaiola che però richiama quella sporca e pericolosa dei settanta, in cui a separare il successo dal baratro è una membrana sottilissima, un fatto di tempismo, di rischi da correre, persone da convincere, affari da concludere, sempre con l'arte dell'apparire invece che dell'essere.
Non è esente da difetti, Black Rabbit (su tutti: il finale telefonato), ma il montaggio a ritroso che origina dal flashforward del primo episodio garantisce una buona tensione e una visione immersiva di una realtà posticcia, ipocrita ed illusoria, ma ahimè, sempre affascinante.

Non lo faccio mai, ma voglio segnalarti la recensione di Luca Aloi per Nocturno che traccia un parallelo tra le vicende dei due protagonisti e la scena musicale new wave della Grande Mela dei primi anni duemila. Avrei voluto pensarci io.


Netflix

giovedì 22 gennaio 2026

25 tracce del 2025 (2/3): roots, country, blues, americana...and what's in between

Raccolta di tracce assemblata tra le cose apprezzate da me e dai miei principali riferimenti critici, a consuntivo del 2025. Mi sono imposto una limitazione a venticinque canzoni (più una extra che non provenga da materiale nuovo ma, ad esempio, da album live, outtakes, cover, ristampe). E no, non è stato facile, se il taglia e cuci s'è protratto fino all'ultimo.
Video allegato ai titoli.

01. Joe Stamm Band, Territory town (from the album Little crosses)
02. Anthony Gomes, In the name of blues (Praise the loud)
03. Margo Price, Don't let the bastards let you down (Hard headed woman)
04. Mavis Staples, Human mind (Sad and beautiful world)
05. Jeff Tweedy, Lou Reed was my babysitter (Twilight override)
06. Pug Johnson, El cabron (El cabron)
07. Marcus King, Honky tonk hell (Darling blue)
08. North Mississippi Allstars, Don't let the devil ride (Still shakin')
09. Tami Neilson, Borrow my boots (Neon cowgirl)
10. James McMurtry, The color of night (The black dog and the wandering boy)
11. Robert Plant with Suzi Dian, It's a beautiful day today (Saving grace)
12. Buddy Guy, It keeps me young (Ain't done with the blues)
13. Turnpike Troubadors, Be here (The price of admission)














14. Mountain Grass Unit, Cicada song (Runnin' from trouble)
15. Colter Wall, 1800 miles (Memories and empties)
16. Samantha Fish, Paper doll (Paper doll)
17. Sam Stoane, Diesel (Tales of the dark west)
18. Kelsey Waldon, Falling down (Every ghost)
19. Luke Bell, The king is back (The king is back)
20. Daniel Donato's Cosmic Country, Hangman's reel (Horizons)
21. Charlie Musselwhite, Storm warning (Look out highway)
22. Charley Crockett, Crucified son (Dollar a day)
23. Tyler Childers, Nose on the Grindstone (Snipe hunter)
24. Sunny Sweeney, Diamond and divorce decrees (Rhinestone requiem)
25. The Delines, Don't miss your bus Lorraine (Mr. Luck and Ms. Doom)

extra. The Rolling Stones, Zydeco sont pas salès (A tribute to Clifton Chenier, The king of zydeco)

lunedì 19 gennaio 2026

Le città di pianura



Doriano e Carlobianchi (tutt'attaccato) sono due ultracinquantenni sostanzialmente perdigiorno, uniti da un'amicizia trentennale. Il terzo sodale storico è Genio, che sta per tornare dall'Argentina, Paese dove si è rifugiato sin da giovane. Di bicchiere in bicchiere, di bar in bar, i due incontrano, ad una festa di laurea in cui si imbucano, Giulio, ragazzo napoletano serio ed introverso, e lo imbarcano in un tour alcolico, sgangherato, goliardico e malinconico.


Il sostanziale esordio alla regia di Francesco Sossai (sostanziale perchè il precedente lungometraggio, Altri cannibali, a detta dello stesso regista è stato una via crucis produttiva e distributiva) è di una bellezza abbagliante. E per una volta se n'è accorto anche il pubblico che, contestualizzando la dimensione indipendente della pellicola, l'ha premiato. Questo road movie per le strade della periferia veneta, attraverso paesi di finzione e reali, ma comunque sempre verosimili, che chiama in causa un numero impressionante di registi padri putativi nel modello narrativo o nello stile espresso (Risi, Monicelli, Kaurismaki, Mazzacurati, Jarmusch, solo per citarne qualcuno) incanta e ammalia per tutta una serie di ragioni. Il dialetto cantilenante usato dai personaggi, la musica indie folk blues sperimentale che accompagna le immagini, la fotografia illuminata da luci sporche e pallidi bagliori (di semafori, strobo, illuminazioni stradali, neon), o, semplicemente, per l'autenticità che riesce a trasmettere.

Di certo al di là del confezionamento dell'opera, della fotografia, delle location e della messa in scena, il lavoro fatto nella scelta del cast è formidabile, a partire dai protagonisti, sui quali tornerò a breve, ma, mi verrebbe da dire, soprattutto, per i personaggi di contorno: il tedesco fuori dall'american pub, il pensionato Sossai, la promessa sposa dell'addio al celibato, il conte, la laureata, i genitori del Carlobianchi e potrei continuare a lungo.

Ma l'autentica magia che si è sviluppata tra il mio amato Pierpaolo Capovilla, cantante noise rock italiano frontman dei One Dimensional Man prima e del Teatro degli Orrori poi (ma anche solista), attore per caso, e Sergio Romano (Il campione, La scuola cattolica, Delta, Il nibbio, La valle dei sorrisi) è una sintonia che fa tutta la differenza del mondo nella riuscita di un'opera artistica audiovisiva. Loro due come Gassman ne Il sorpasso (ma meno stronzi) o Jack Nicholson ne L'ultima corvè, con un bravo Filippo Scotti (E' stata la mano di dio, L'orto americano) nei panni di Trintignant o di Quaid, danno vita ad una storia di formazione tutto sommato da canovaccio (se devo fare una critica, la parte con la prostituta l'avrei evitata), ma che appare autentica, soprattutto grazie alla recitazione "neorealista" degli interpreti (vale anche per il piccolo ruolo di Citran e le poche ma estremamente significative scene di Andrea Pennacchi).

Ma, tornando a Capovilla, è vero che non incarna l'immagine dell'idolo pop patinato, ma anche nel suo ruolo indie, è comunque una figura di riferimento per un vasto movimento di persone, e mostrarsi così in male arnese, sfatto, la pancia da birra e i denti guasti nei primissimi piani, richiede una buona dosa di coraggio. O strafottenza. Che in effetti è molto hardcore-punk.

Dopodichè, è chiaro che il protagonista indiscusso della pellicola sia il Veneto, inteso come luogo fisico (le calle, le strade, le chiese, i cimiteri, i bar) e dell'anima, che vive di un equilibrio precario tra  ricchezza e promesse tradite (incarnate nell'incarognimento di Genio), le città prese d'assalto dai turisti e le periferie desolate. 
Le tradizioni svendute e i riti custoditi gelosamente, primo fra tutti, ovviamente, quello dell'alcol e la sacralità dell'ultimo bicchiere, che è sempre quello successivo.

Le città di pianura è un film profondamente italiano che ha il respiro lungo del cinema indipendente internazionale. Di diritto tra i migliori del 2025.

giovedì 15 gennaio 2026

25 tracce del 2025 (1/3): pop, indie, modern rnb, indie... and what's in between

Raccolta di tracce assemblata tra le cose apprezzate da me e dai miei principali riferimenti critici, a consuntivo del 2025. Ne seguiranno altre due a tema "metal" e "roots". In tutti e tre i casi, mi sono imposto una limitazione a venticinque canzoni (più una extra che non provenga da materiale nuovo ma da album live, outtakes, cover, ristampe). E no, non è stato facile se il taglia e cuci s'è protratto  fino all'ultimo. 
Video allegati ai titoli.

01. Pulp, Spike island (from the album More)
02. Wreckless Eric, Lifeline (England screaming)
03. Bad Bunny, NUEVAYoL (Debì tirar mas fotos)
04. Wet Leg, CPR (Moisturizer)
05. Giorgio Poi, Uomini contro insetti (Schegge)
06. Turnstile, NEVER ENOUGH (Never enough)
07. Rosalìa, Berghain (Lux)
08. Suede, Dancing with the europeans (Antidepressants)
09. Just Mustard, Endless deathless (We were just here)
10. Horsegirl, 2468 (Phonetics on and on)
11. Blood Orange, The field (Essex honey)
12. Geese, Getting killed (Getting killed)











13. Little Simz, Lion (Lotus)
14. Lucio Corsi, Francis Delacroix (Volevo essere un duro)
15. Lady Gaga & Bruno Mars, Die with a smile (Mahyem)
16. Ethel Cain, Fuck me eyes (Willoughb Tucker, I'll always love you)
17. Model/Actriz, Cinderella (Pirouette)
18. CMAT, The Jaime Oliver petrol station (Euro country)
19. Stereolab, Immortal hands (Instant holograms on metal films)
20. Dijon, Yamaha (Baby)
21. Wednesday, Townies (Bleed)
22. Alan Sparhawk with Trampled by turtles, Not broken (ST)
23. Mogwai, Fanzine made of flesh (The bad fire)
24. FKA twigs, Wild and alone (Eusexua afterglow)
25. The Murder Capital, Words lost meaning (Blindness)

extra. Bruce Springsteen, Blind spot (Tracks II, The lost albums: Streets of Philadelphia sessions)

lunedì 12 gennaio 2026

Bruce Sprigsteen, Tracks II - The lost albums: CD1 - L.A. garage sessions '83

 


A fine 1998, forse un pelo fuori tempo massimo, usciva la raccolta di inediti e outtakes più attesa nella storia del rock. Finalmente Springsteen apriva i suoi profondissimi archivi e "regalava" ai suoi fans sessantasei tracce inedite che fino a quel momento, ma solo in piccola parte, gli accoliti erano riusciti a recuperare comprando tutti i 45 giri, le colonne sonore (anche le più infami) e i boolteg in cui erano presenti pezzi mai pubblicati su dischi eponimi del Boss. La raccolta in quattro CD si chiamava Tracks e senza dubbio alcuno esprimeva la meticolosa pazzia di Springsteen che gli faceva lasciare fuori dagli album pubblicati una serie di canzoni che spesso poco o nulla avevano da invidiare al livello medio alto della sua produzione ufficiale. Difatti il tour che ne seguì, con la reunion della E Street Band, fu forse il migliore dopo la leggendaria epoca 73-85. Ma questo è un altro discorso.

Quasi trent'anni dopo, nel 2025, Bruce riapre gli archivi con un volume secondo di quell'operazione, composto addirittura da sette CD (per quelli a cui ancora interessa la dimensione fisica della musica). In maniera secondo me seria e intelligente, l'artista si occupa quasi esclusivamente di periodi successivi a quelli coperti da Tracks, che andavano dal 1972 al 1991. Altra sostanziale differenza dal volume precedente è rappresentata dal fatto che sei dei sette dischi di Tracks II sono album fatti e finiti, che Bruce decise volta per volta di non pubblicare.

Unica eccezione alle due regole, L.A. garage sessions '83, il primo disco in ordine cronologico che ci viene proposto, che copre un periodo già presente nel primo Tracks (il 1983, appunto) e non è un album finito, ma una serie di session temporalmente collocate tra Nebraska e Born in the USA registrate dal Boss in solitudine ma con, diciamo, un'attitudine più roccheroll rispetto a quelle del disco raccontato da Deliver me from nowhere, libro di Zanesbiopic di Scott Cooper. 

Il disco si apre, oserei dire finalmente!, con il santo Graal di tutti i fans del Boss, quella Follow that dream goduta sui bootleg e sofferta dal vivo (a causa dell'avarizia di Springsteen nel proporla). Il brano fa parte del repertorio "minore" di Elvis Presley, ma nelle mani di Bruce rinasce dalle sue ceneri, con un'intensità completamente diversa e parte del testo modificato. Un pezzo autenticamente imperdibile, anche se arcinoto, per chi, ahilui, segue il Jersey Devil da decenni.

Altri brani qui presentati in versioni rough, ma già pubblicati come B-sides di singoli o inediti dentro raccolte sono Shut out the light, Johnny bye bye e County fair, mentre My hometown (che chiudeva la tracklist di Born in the USA e faceva parte delle sessions di Nebraska) emerge nella sua ruvida e scarna bellezza primordiale, con uno straniante cantato ai limiti del falsetto. 

Volendo evitare una recensione track by track, mi soffermo ancora su alcuni titoli meritevoli, dentro un disco che raccoglie diciotto canzoni dalla qualità altalenante. Il rockabilly di Don't back down on our love o di Don't back down e gli abbozzi pop seventies di Little girl like you o Seven tears sono illuminanti su come Bruce, a condizioni di isolamento analoghe a quelle che lo portarono a concepire e realizzare Nebraska, fosse decisamente uscito da quel periodo artisticamente irripetibile ma umanamente oscuro, dal quale in quest'opera di recupero resistono come testimonianze artistiche le sole Richard Whistle e Fugitive dreams (proposta in due versioni). Sugarland è invece un altro pezzo molto amato e presente su diversi bootleg, in qualche modo,  per l'assonanza delle tematiche, fratello minore della leggendaria This hard land , mentre in ambito ballate d'amore e d'abbandono emerge il pop autoriale e malinconico di Unsatisfied heart

In ultima analisi L.A. garage sessions '83 è un album piacevole, ma che, se va giudicato esclusivamente per i pezzi completamente inediti, non aggiunge granchè alla produzione nota di Springsteen e probabilmente, limitatamente a quei pezzi, è di scarso interesse per i non fan. Essendo una serie di canzoni abbozzate per poi essere riprese assieme alla Band, questa manciata di inediti rientra in quella categoria di outtakes minori che probabilmente Duncan, il protagonista di Tutta un'altra musica di Nick Hornby, avrebbe giudicato migliori delle loro versioni definitive.  Ma noi siamo troppo vecchi per queste stronzate.

giovedì 8 gennaio 2026

(circa) 80 minuti di Joe Ely

Come promesso. E si, lo so che c'è Spotify, ma a questo punto dovresti aver capito che sono passatista (per la cronaca, 80 minuti era la durata massima delle compilation su cd).

1. She never spoke spanish to me  (dall'album Joe Ely, 1977)
2. All my love  (Joe Ely)
3. Boxcars (Honky tonk masquerade, 1978)
4. Fingernails (Honky tonk masquerade)
5. BBQ and foam (Down on the drag, 1979)
6. Musta notta gotta lotta (Musta notta gotta lotta, 1981)
7. What's shaking tonight (Hi-Res, 1984)
8. Cool rockin' Loretta (Hi-Res)
9. Me and Billy the Kid (Lord of the highway, 1987)
10. Letter to L.A. (Lord of the highway)
11. Are you listenin' lucky? (Lord of the highway)
12. Settle for love (Dig it all night, 1989)
13. My eyes got lucky (Dig it all night)
14. The road goes on forever (Love and danger, 1992)
15. All just to get to you (Letter to Laredo, 1995)
16. Gallo del cielo (Letter to Laredo)
17. Up on the ridge (Twistin' in the wind, 1998)
18. Nacho mama (Twistin' in the wind)
20. Surrender to the west (Love and freedom, 2025)
20. Oh boy! (Live at Antone's, 2000)
21. If you were a bluebird (Live at Liberty lunch, 1990)














lunedì 5 gennaio 2026

Wake up dead man: Knives out


Jud, un giovane prete dal passato turbolento, viene inviato per punizione in una parrocchia dello Stato di New York, per cercare di fermare l'emorragia di credenti che la frequenta. Jud ricoprirà l'incarico di vice parroco in aiuto al monsignore Wicks, un prelato che incarna la visione più autoritaria, tradizionalista e contraria al cambiamento della Chiesa. Egli ha un gruppo ristrettissimo di fedeli che lo venera, mentre fa di tutto per allontanare chiunque (omosessuali, divorziati, genitori single) non risponda ai requisiti più rigidi della dottrina. Un giorno, subito dopo una delle sue omelie più violente, monsignor Wicks viene trovato morto, assassinato. A questo punto entra in campo il detective privato Benoit Blanc.


Mi esprimo subito, anche se non si dovrebbe: Wake up dead man è a mio avviso il film migliore della trilogia Knives out di Rian Johnson. E non è poco, perchè anche i primi due capitoli erano notevoli. Sicuramente dei tre è il titolo che più esprime una posizione politica, aggiungo coraggiosa, visto il clima degli Stati Uniti di quest'ultimo anno.
Monsignor Wicks (un Josh Brolin in parte) che fa comunità selezionando ed escludendo, ma sempre sulla base di sentimenti di rancore, rabbia e vendetta è un fedele specchio dei tempi che rimanda certo a Trump ma non solo all'America e non solo alla politica, bensì, in modo molto più diretto ed esplicito ad una parte stessa della Chiesa e alla società, e quindi parla a tutti.

L'ambientazione della chiesa e dei diversi personaggi della comunità chiusa all'esterno, tutti con un motivo diverso per nutrire risentimento e desiderio di ritorsione verso il mondo, che trovano il loro leader in un uomo che dovrebbe guidarli verso una rappacificazione spirituale e che invece agisce sulla loro rabbia, cercando di portarla alla deflagrazione, è messa in scena in maniera ficcante, anche a dispetto del tono leggero che si alterna al mistery della pellicola.

L'intrigo è, come al solito, un whodunnit affascinante che intrattiene lo spettatore obbligandolo a congetture su congetture, che, al dipanarsi del film, è costretto puntualmente a modificare e rimodellare. E' forse questo l'unico aspetto positivo del fatto che il film sia stato dato solo in streaming (al netto di una due giorni nelle sale), vederlo in famiglia comporta un dibattito ed un confronto di tesi che al cinema sarebbe impossibile (scherzo, ovviamente e quelli di Netflix sono dei pulciari ad impedire ai film di uscire in sala).

E poi che devo dire, sopra al "solito" cast sontuoso (Josh Brolin, Daniel Craig, Jeremy Renner, Lee Ross, Jeffrey Wright) si erge Glenn Close con un'interpretazione un pelo sopra le righe (ma lo richiede il canovaccio) e tuttavia tra le sue migliori recenti. 
Io però da qualche tempo ho un mio nuovo attore del cuore, e risponde al nome di Josh O'Connor, che ho conosciuto ne La chimera, apprezzato in The mastermind (film indipendenti, ossatura della sua filmografia) che arriva qui al suo primo titolo popolare, potenziale blockbuster, se solo fosse stato distribuito. 
In Wake up dead man Josh è formidabile, espressivo e di grande empatia, al punto da farti tornare la voglia di riavvicinarti alla religione cattolica. Poi, vabbeh, vista la clamorosa somiglianza con il giovane Shane MacGowan spero che prima o dopo possa impersonarlo in un biopic sull'artista irlandese, già frontman dei Pogues.

Se il livello è questo, viva Knives out e che Rian Johnson ce ne dia ancora!

giovedì 1 gennaio 2026

My Favorite Things, dicembre '25

ASCOLTI

Lambrini Girls, Who let the dogs out
Dijon, Baby
Ministri, Aurora popolare
Castle Rat, The bestiary
Blood Orange, Essex honey
Geese, Getting killed
Bad Bunny, Debì tirar màs fotos
Todd Snider, Songs for the Daily Planet
Pulp,, More
Scorpions, Coming home live
Calibro 35, Exploration
Lady Gaga, MAYHEM
Wednesday, Bleeds
Taj Mahal & Keb' Mò, Room on the porch
Cheap Trick, All washed up
Suede, Antidepressants
Turnipke Trubadors, The price of admission
Joe Ely, Love and freedom
AAVV, The complete Verve remixed

Playlist/Monografie

90's Big Beat
Mogwai
Poppy
Jon Spencer

VISIONI

in grassetto i titoli visti in sala

Eden (3,5/5)
Una scomoda circostanza (3,75/5)
Vita privata (2,75/5)
Il mio nome è vendetta (3/5)
I Roses (2,5/5)
Mr and Mrs Smith (2,25/5)
Buen camino (2/5)
Colpi d'amore (2,5/5)
La trama fenicia (2,5/5)
L'amico fedele (3/5)
Mission impossible: The final reckoning (2,25/5)
Presence (4/5)
Father mother sister brother (3,75/5)












Visioni seriali

All her fault, episodi totali otto (3/5)
Task, episodi totali sette (3,75/5)
Città delle ombre, episodi totali sei (2,5/5)

LETTURE

Cesare Pavese, La luna e i falò


lunedì 29 dicembre 2025

Buen camino




Per me non esistono i guilty pleasures, ci piace quel che ci piace e bona lì, perchè dobbiamo giustificarci? Al tempo stesso non concepisco gli steccati, per cui se ti ridi per le boiate ti dovrebbe essere precluso il cinema d'autore. La premessa per dire che il cinema a Santo Stefano è un rito che mi porto dietro quasi da mezzo secolo (quindi attraverso varie fasi di vita) e che una buona parte delle visioni accumulate nel tempo, in questo periodo dell'anno, sono state tradizionalmente riservate ai cosiddetti cinepanettoni, da Boldi-De Sica al trio (Aldo Giovanni e Giacomo) per finire con Checco Zalone. E' una componente tradizionale, ed aggiungo, irrinunciabile, delle feste natalizie.

Tra l'altro, per uno come me che al cinema ci va mediamente due tre volte al mese trovandolo deserto, lo spettacolo d'altri tempi della sala straripante di persone, con risata collettiva e persino applauso finale sui titoli di coda rappresenta una specie di viaggio nel tempo. Peccato, dirai tu, che il fenomeno si celebri per film di questa riffa. Ed è vero, ma i blockbuster italiani (1200 copie distribuite, oltre 13 milioni di incasso tra Natale e Santo Stefano per Buen camino) sono costruiti così.

Perchè coi film di Checco Zalone non vale l'analisi critica su regia, messa in scena, sceneggiatura etc., Luca Medici, come nella tradizione della commedia italiana, ma ovviamente non a quei livelli, porta in scena una maschera, e si va tutti a vedere la maschera. E pazienza se Buen camino prosegua nella traiettoria discendente iniziata con Tolo tolo, ma ancora più in picchiata, se è vero come è vero che il film inizia con Zalone sul lettino in attesa della visita dal proctologo. Chissà come glie rode a De Sica per non aver pensato ad un incipit così geniale.

Si ride, e aggiungo, si sorride, davvero poco. Nell'assenza pressochè totale di punchline efficaci, la pochade si trascina stancamente per un'ora e venti (gli ultimi minuti per arrivare ai canonici 90 sono per un video musicale francamente imbarazzante). Qualcuno si è risentito per una battuta su Gaza (messa lì al solo scopo di alimentare il dibattito sulla "scorrettezza" del film), per come la vedo io il problema non è l'opportunità di inserirla in questo momento, con la catastrofe umanitaria in corso che ha fatto seguito a morte e devastazione totale, il problema è semplicemente che la battuta è inefficace, non fa ridere. Sta tutta lì la differenza tra la capacità di essere scorretti o meno.

Non so se Zalone/Medici sia di destra come dicono, di sicuro fa delle scelte politiche, come tutti. E può anche darsi che siano dettate esclusivamente dalla scaltrezza di annusare l'aria che tira. Fatto sta che, di norma, è chi detiene il potere ad essere preso di mira dai comici, mentre stranamente in questo film il "villain" è un palestinese radical chic. Due colpe evidentemente imperdonabili per la coppia Nunziante Zalone, e di conseguenza da perculare con ferocia, mica te la vorrai prendere con una classe politica col busto del Duce in ufficio, no?
Ah, ovviamente non mancano scoregge, gag sui carabinieri stupidi e la par condicio sulla penosa uscita su Gaza con una battuta sugli ebrei e le camere a gas. 
Che ovviamente non fa ridere. 
Come tutto il film.

lunedì 22 dicembre 2025

Joe Ely e Raul Malo: The road goes on forever

I primi giorni di dicembre si sono portati via due miei riferimenti musicali di lunga data, Joe Ely e Raul Malo. Di Joe mi sono reso conto di non aver mai scritto un post da quando ho creato Bottle of smoke, e la ragione è che, dopo più di un decennio - fine ottanta fine novanta - ad ascoltarlo e a comprare i suoi album (ricordo un viaggio negli USA dove avevo esaurito il credito della carta di credito e con gli ultimi spiccioli, invece che cibo, prima di prendere il volo di ritorno acquistai il suo splendido Letter to Laredo, appena uscito) sono passato ad altro perdendolo un pò di vista. Era del 1947, aveva esordito discograficamente trent'anni dopo, nell'anno chiave della storia della musica moderna e non credete alle schede dei suoi dischi che descrivono il suo genere banalmente come country rock, Ely ha attraversato punk e post-punk, elaborando il sound del sua terra natia, il Texas, a stili ed influenze provenienti sia dal sud (il Messico) che dal nord-est (New York). Era amatissimo dai musicisti, Springsteen su tutti, che sovente l'ha invitato sul palco a suonare una delle canzoni del repertorio di Joe che il Boss preferiva: Settle for love. Non è passato spesso per il nostro Paese, ma in una di quelle volte sono riuscito a vederlo dal vivo e, nonostante il contesto (un teatro o una palestra di periferia), ci regalò un grande concerto. La vecchiaia non è stata clemente con lui. Settantottenne, da tempo soffriva di Parkinson. Mi piacerebbe resuscitare per lui una mia vecchia rubrica, 80 minuti, per suggerire una ventina di sue canzoni da cui iniziare per conoscere un'artista che ha dato tanto alla musica americana ma che, come capitò anche a Warren Zevon, ha avuto poco in cambio. 



Raul Malo, con o senza i suoi Mavericks, non ho invece mai smesso di seguirlo e di scriverne. Il tag del blog a loro nome conta nove post, fino alla recensione di Moon and stars del 2024 (che se album conclusivo doveva essere, lo è stato davvero col botto), con Raul già in condizioni di salute precarie a causa del cancro infame che se l'è portato via, ma a sentire la sua voce celestiale non l'avresti detto. Aveva da poco compiuto sessant'anni. Nato a Miami da profughi cubani, Raul aveva, inizialmente assieme agli storici sodali Mavericks, e poi alternando una carriera solistica (in tutto più di venti album), creato un caleidoscopico patchwork di country, latin, croonering, swing, rock and roll, tejano, pop, da far girare la testa e far muovere i piedi anche ad un frigorifero (come me). Ricordo bene il loro unico concerto che sono riuscito a vedere, al Rolling Stone di Milano nel 1998. In quell'occasione si portarono appresso anche una sezione fiati, per una gig torrenziale che spettinò lo sparuto gruppo di cauboi de noartri che si presentarono in sala con Stetson di ordinanza pensando di assistere ad uno spettacolo country. 



Come si dice oggi, la musica di Raul e di Joe mi sblocca ricordi emozionanti: persone che ho conosciuto, che ho amato, momenti felici e spensierati. 
Detesto la retorica delle frasi convenzionali davanti alla morte. Questi artisti, come altri, ci hanno lasciato un'eredità solida ed importante, non è da tutti imprimere una traccia nella storia della musica. E sta a noi continuare a farla vivere.

martedì 9 dicembre 2025

Recensioni capate: Task (2025)


Un noir rurale, neorealista per certi versi, per come affonda le radici nella realtà di una periferia rurale americana, il Delaware, che per certi versi sembra ancora ferma all'antico e selvaggio west e che trova la sua forza più che nell'intreccio crime (comunque avvincente) nel mostrarci i diversi modi in cui si può amare la propria famiglia disfunzionale. I due attori che interpretano protagonisti principali, Mark Ruffalo, stanco e indolente, e Tom Pelphrey, loser con un piano, fanno a gara di bravura, con il secondo a imporsi su misura sul primo, ma il livello, credimi, è davvero alto, per un serial. 
Dietro una grande serie c'è un gran lavoro di scrittura, e in questo caso lo sceneggiatore Brad Ingelsby (Il fuoco della vendetta, Omicidio a Easttown tra gli altri) ci regala due personaggi autenticamente indimenticabili, guidati da sentimenti distruttivi come rimorso e risentimento, che cercano la loro strada verso la redenzione. 
La serie starebbe in piedi anche evitando i momenti action crime degli ultimi due episodi, ma capisco che la bestia vada sfamata, e va bene anche così. Assieme a Black Rabbit (che magari recensirò), la serie migliore vista quest'anno.

giovedì 4 dicembre 2025

My Favorite Things, Novembre '25

ASCOLTI

Rosalìa, Lux












Sarah Jane Morris, Forever young
Agnostic Front, Echoes in eternity
Cheap Trick, All washed up
D.K. Harrell, Talkin' heavy
The Fall, 50,000 Fall fans can't be wrong
Paolo Conte, Concerti
Coroner, Dissonance theory
Daron Malakian and Scars on Broadway, Addicted to the violence
Lathe of Heaven, Aurora
Bruce Springsteen, Nebraska '82

Monografie/Playlist

Trivium
Biffy Clyro
Fela Kuti
KISS
Elvis Costello


VISIONI

La coda del diavolo (3/5)
House of dynamite (3,5/5)
I peccatori (3,75/5)
Flight risk - Trappola ad alta quota (2,25/5)
Mountainhead (3/5)
The running man (3,5/5)
Attacco al potere - The siege (1998) (2,75/5)
Il colibrì (2,5/5)
28 anni dopo (3,75/5)
Poker face (2,5/5)
Il maestro (3,5/5)
The Bricklayer (2/5)
Absolution - Storia criminale (2,5/5)

Visioni seriali

The sinner, stagione uno, otto episodi (2,75/5)
Reacher, stagione uno, otto episodi (2,5/5)

LETTURE

Luigi Pirandello, Uno, nessuno e centomila

lunedì 1 dicembre 2025

Recensioni capate: Volbeat, God of angels trust



Nono album per i Volbeat, a quattro anni da quello che a mio avviso è stato il loro disco peggiore, Servant of the mind. Pensionato il chitarrista Rob Caggiano, la band si riduce a tre elementi, con il leader Poulsen a suonare tutte le parti di chitarra (presumo che dal vivo si aggiungerà un tour member). Questo God of angels trust è un passo in avanti in termini di durezza rispetto all'ultimo lavoro, posto che la band ha sempre nelle melodie catchy una sua cifra ben definita e radicata. I Volbeat dopo tanti anni di carriera hanno un sound riconoscibile tra mille gruppi, e questo sicuramente è un punto a loro favore, che diventa però un difetto nel momento in cui ci si crogiolano troppo. Intendo dire: ormai ci si aspetta che in ogni disco ci sia la traccia country/metal, in questo caso In the barn of the goat giving birth to satan's spawn in a dying world of doom, così come quella rockabilly/metal (Better be fueled than tamed). La parte più ariosa, radiofonica si sarebbe detto un tempo, anch'essa immancabile, è invece deputata a Time will heal ed Acid rain. Tuttavia la formula funziona (il disco ha venduto bene, soprattutto nei Paesi europei a forte tradizione hard rock) e quindi avanti così.
Alla fine un buon ritorno per un lavoro piacevole, non ci si può aspettare, dopo vent'anni spaccati di produzione discografica, il sacro fuoco dell'ispirazione originaria. Bella cover "metal".

lunedì 24 novembre 2025

Tiziano Terzani, Lettere contro la guerra (2002)

 


All'indomani dell'attacco terroristico dell'undici settembre, Oriana Fallaci pubblica sul Corriere della Sera il suo (per me) famigerato j'accuse contro un intero popolo, quello di fede islamica. Tutti abbiamo letto quelle righe, chi con cieca esaltazione, io personalmente con sconcerto per come una delle migliori giornaliste e scrittrice italiane di sempre potesse, nell'età teoricamente della ragione, rovesciare tanto odio non contro dei criminali colpevoli di omicidio di massa, ma anche contro il resto del miliardo di esseri umani "colpevoli" solo di essere musulmani. La lettera/pamphlet s'intitolava La rabbia e l'orgoglio.

Molti meno, ne sono certo, hanno invece letto la risposta che, sempre il Corsera, pubblicò qualche giorno dopo. Io, per esempio, non lo feci. La scrisse Tiziano Terzani, come la Fallaci anche'egli toscano e giornalista/scrittore, s'intitolava Lettera da Firenze - Il sultano e San Francesco ed è raccolta, insieme ad altre sei, che rappresentano la ripresa della sua collaborazione con il giornale milanese, in tempi e modalità non codificati (cioè, scriveva quando aveva qualcosa da dire), ma tutte da una provenienza asiatica, il continente a cui Tiziano era più fisicamente e spiritualmente legato.

E di spiritualità è intrisa la risposta alla svolta di aggressiva intolleranza della Fallaci, rivolgendosi direttamente a lei, Terzani entra nel merito della dignità delle persone da lei così violentemente disprezzate , spiegandone con coraggio intellettuale (in quella fase erano in molti a condividere l'opinione di Oriana e la necessità di una nuova "crociata") storia, torti, occupazioni (anche di territori sacri) da parte di oriente e occidente, discriminazioni, violenze, sopraffazioni, appropriazione di risorse naturali, con le popolazioni locali perennemente tenute in uno stato di totale indigenza. Il tutto naturalmente senza mai giustificare nemmeno lontanamente la violenza e la brutalità dei terroristi che uccidevano persone innocenti. Semplicemente spiegando e indicando responsabilità, auspicando infine che Oriana potesse: "trovare pace. Perchè se quella non è dentro di noi non sarà mai da nessuna parte."

Come dicevo, la raccolta si compone poi di altre lettere, tutte affascinanti e tutte inviate da stati asiatici (Peshawar e Quetta, Pakistan; Kabul, Afghanistan; Delhi, India; Himalaya). In particolare le missive dall'Afghanistan, che raccontano bene la condizione di un Paese da sempre sottomesso ad occupanti stranieri (inglesi, russi, talebani, americani) ma che non si è mai piegato, abituato com'è alla fame, agli stenti, alla resistenza. Terzani ci racconta senza ipocrisie l'ostilità di quella gente, scottata da secoli di occupazione, nei confronti degli stranieri ("cosa sei venuto a fare, qui? Vi uccideremo tutti", gli dice un giovane), ma, al tempo stesso, pazientemente si fa interprete della tradizione orale che, soprattutto gli anziani, sono disposti a tramandargli. Troppo presto abbiamo dimenticato la dottrina Bush/Cheney, le violazioni dei diritti umani perpetrati in quelle terre da "contractors", società private che, in appalto per gli USA avevano le mani totalmente libere per rapire, torturare, uccidere chiunque volessero (consiglio la visione di The torture report, del 2019). Troppo presto abbiamo voluto dimenticare ciò che è stato fatto in Afghanistan, i cui abitanti invece ricorderanno. A lungo.

La raccolta di scritti di Terzani è unita dal filo rosso di un modello di vita alternativo, che sempre più si assottiglia anche nei Paesi più spirituali come l'india, un modello assemblato sul rifiuto del consumismo, del superfluo e invece sul rafforzamento del concetto di collettività, di solidarietà e di mutuo soccorso, senza secondi fini. E' passato quasi un quarto di secolo da quando queste lettere sono state pubblicate ed è incredibile come la loro forza, il loro appello serva come l'ossigeno oggi più che allora.


giovedì 20 novembre 2025

Recensioni capate: I peccatori (2025)


Recupero finalmente, dopo essermelo perso al cinema, questo film di Ryan Coogler (Creed, i due Black Panther) che, pur avendo goduto di un budget sostanzioso, è scresciuto a dismisura grazie al passaparola tra gli spettatori. I peccatori è un bel filmone di genere che celebra l'orgoglio nero, capace però di regalare più spunti, tutti interessanti. In molti l'hanno paragonato a Dal tramonto all'alba di Rodriguez e la similitudine ci sta, sia per come Coogler svolge il primo atto nel quale ignoriamo il tema sovrannaturale, sia per la parte home invasion del secondo. L'aspetto che mi ha conquistato, al netto di un'ottima messa in scena action/horror e il sottotesto sociale rispetto alla condizione dei neri tra le due guerre, nel Mississippi (e non solo lì, ovviamente), è quello musicale, con il protagonista Preacherboy (Miles Caton) che, analogamente a tanti altri chitarristi del Delta all'inizio del novecento, ha un talento per il blues. Un talento che, nel film, attiva addirittura gli interessi demoniaci di una creatura malvagia (Jack O'Connell, semplicemente perfetto), bianca, irlandese, che vorrebbe appropriarsene attraverso la vampirizzazione del bluesman. L'ho trovata una metafora abbastanza esplicita di come gli afroamericani hanno sempre accusato i bianchi di essersi arricchiti con la musica dei neri, lasciando le briciole a questi ultimi. Le due parti quasi da musical del film: il concerto blues nel juke joint le cui note torride aprono una breccia temporale sul futuro e, di contro, la danza irlandese dei vampiri sulle note de The rocky road to Dublin mi hanno esaltato e sono tra i momenti migliori di una pellicola che non si risparmia nemmeno su scene di sesso, praticato e raccontato.
La scena finale tarantiniana celebra il mattatore assoluto Michael B. Jordan, chiamato da Coogler allo sdoppiamento. 

Un vero spasso. Un titolo che sicuramente andrà tra i migliori dell'anno.  


Prime e Sky (a pagamento)

lunedì 17 novembre 2025

Passione cofanetti / 2 - Winds of time: The New Wave Of British Heavy Metal 1979-1985


Nel 2018 la storica etichetta indipendente inglese Cherry Red Records (Mott the Hoople, Runaways, Dead Kennedys) dà alle stampe questa esaustiva raccolta che accende un riflettore potente sulla nascita dell'heavy metal attraverso la discoperta di oltre cinquanta band che hanno animato il suo periodo più glorioso ed eccitante, quello che, dal 1979, ha dato origine alla NWOBHM. L'opera, per scelta artistica o per necessità (leggi diritti discografici) si concentra su combo meno noti, non troverai ad esempio Maiden o Priest, che sfido anche i più esperti del genere a conoscere. A fianco dei "nomi di punta", tra i quali Saxon, Venom, Angel Witch, Tokyo Blade, Diamond Head, troviamo infatti band sommerse dalle sabbie del tempo come Hellanbach, Aragorn, Brooklyn, Persian Risk, Fist, Gaskin, Bitches Sin e una marea di altre. Il packaging è molto buono, il contenitore è di cartone rigido e si apre a scrigno, i tre CD sono contenuti da una busta anch'essa di cartoncino e il libretto, a colori, consta di venti pagine. Non credo ci sia in commercio niente di così appassionato, minuzioso e curato.

lunedì 10 novembre 2025

Springsteen - Liberami dal nulla


"Hey, mister deejay won'tcha hear my last prayer?
hey ho, rock and roll deliver me from nowhere"  
Open all night, Nebraska, 1982

Bruce Springsteen è l'artista più taggato del blog (siamo a quaranta post nel corso degli anni), ed è anche l'artista musicale che, come ho già avuto modo di affermare, fa più parte di me. Ciononostante, o forse proprio per questo, non gli ho mai risparmiato critiche, evidenziato incoerenze, segnalato un'eccessiva deriva "istituzionale", nonchè, di recente, rimproverato una bulimia di pubblicazioni dal valore altalenante ma tendente al basso, in palese contrasto con il rigore assoluto delle sue scelte nel periodo maggiormente florido ed ispirato (indubbiamente l'orizzonte temporale 1972/1984).

Ecco, per uno come me, che coltiva questo tipo di relazione con un artista (non sono l'unico, devi sapere che gli springstiniani - brutta razza - misurano la propria credibilità enunciando il numero di concerti visti del Boss, allo stesso modo con cui i ragazzini si sfidano misurandosi l'uccello), il momento del biopic movie non è un momento banale. Mettiamoci anche che fa strano assistere ad un film biografico con l'artista ancora in vita e che partecipa attivamente alla sua realizzazione. Non vorrei davvero essere nei panni del suo psicanalista. O forse sì.

Per fortuna, un pò ricalcando la stessa scelta compiuta per il recente film su Dylan, la pellicola si concentra su un periodo limitato della vita del rocker. Se per Bob era il primo lustro di carriera discografica, per Springsteen è addirittura poco più di due anni: dall'ultima tappa del trionfale tour di The river (Cincinnati, 13 settembre1981), passando per l'uscita di Nebraska (30 settembre 1982), e all'anno successivo, in cui mette a punto Born in the USA e inizia il suo lungo percorso terapeutico.

Il film di Scott Cooper è una trasposizione del libro di Warren Zanes Liberami dal nulla, recensito giusto qualche mese fa, che affronta una manciata di temi esistenziali ricorrenti per il Boss: la sua vita giù dal palco, le conseguenze del difficile rapporto col padre, il suo rapporto rigoroso con la musica che produce(va) e la depressione.

La difficoltà di mettere in scena una biografia di un artista marchiato a fuoco nella cultura pop è quello di trovare un bilanciamento e creare un prodotto audiovisivo d'impatto che accontenti i milioni che lo idolatrano e chi, il resto del pubblico potenziale, vorrebbe semplicemente assistere ad un film coinvolgente. Lascio ai secondi rispondere se la sfida sia stata vinta. Il mio giudizio alla prima visione è che il film vive di alti e bassi, pur raggiungendo la sufficienza piena (3,25/5).

Tra gli aspetti che non mi hanno del tutto convinto ci sono proprio quelli più tecnici, della messa in scena, in particolar modo il bianco e nero delle scene in flashback mi hanno lasciato una sensazione di prodotto televisivo (ci sarà un modo alternativo di fare uno stacco temporale senza ricorrere al b/n?). Inoltre, capisco che Jeremy Allen White - che pure è impressionate nella sequenza live in cui interpreta Born to run - dovesse "travestirsi" da Bruce, ma indossare per metà film la camicia che il vero Springsteen portava sulla copertina di The River forse è un pò too much.

D'altra parte chi, come me, si è documentato negli anni sulla storiografia springstiniana, avrà apprezzato alcuni riferimenti: la battuta del discografico in relazione alla montagna di outtakes (i pezzi inediti) di qualità che, fino al 1998, Bruce ha caparbiamente negato ai suoi fans (e alla CBS); l'enorme influenza che i Suicide hanno avuto durante la realizzazione di Nebraska (importante perchè il duo newyorchese muoveva in ambiti musicali abissalmente distanti da quelli della E Street Band); le note influenze cinematografiche, quali La rabbia giovane (il cui titolo originale, Badlands, è anche una delle sue canzoni più note)  laddove la vera storia della coppia omicida raccontata da Malick aveva letteralmente ossessionato Springsteen al punto da dedicargli il brano Nebraska e La morte corre sul fiume di Laughton, infine quelle letterarie (su tutte Flannery O'Connor). Ora, capisci bene che se per un lungo periodo vai avanti a dosi di Flannery O'Connor e Suicide è complicato che tu stia proprio bene bene. Provare per credere.

Sul rapporto col padre, più volte trasposto nelle canzoni, Bruce si era appena lasciato alle spalle rabbia e risentimento, precedentemente incanalate in canzoni come Factory, nel 1978 ("Fine della giornata lavorativa / Gli uomini escono dalla fabbrica con la morte negli occhi / e faresti meglio a crederci ragazzo / qualcuno si farà male stasera") e Independendence day del 1980 ("L'oscurità di questa casa s'è presa il meglio di noi / c'è un'oscurità in questa città che ha fatto lo stesso / ma loro non possono toccarmi più / e tu non puoi toccarmi più / non faranno a me quello che gli ho visto fare a te"). 
Ora, con le session di 
Nebraska, attraverso brani quali My father's house, Used cars e My hometown (che sarà pubblicata in seguito, su Born in the USA) era iniziata la fase della compassione e della nostalgia, della comprensione del grande male oscuro che divorava Douglas Frederick Springsteen e che egli riceve in eredità.

"Io so chi sei, grande rockstar!". "Almeno tu lo sai". Lo scambio di battute tra il venditore di auto usate e il Boss è sintomatico di come Springsteen in quella fase si sentisse perso, irrisolto, tra una massa in adorazione crescente e il bisogno di solitudine e di ricerca di sè stesso che non poteva risolversi solo in un disco a bassa fedeltà, disperato e anomalo, ma con l'aiuto di un terapeuta.

Forse è anche qui che il film non colpisce al centro il bersaglio. Per i primi due atti ci sembra di vedere un artista tormentato dalla direzione musicale che vorrebbe intraprendere ma cui non riesce a dare la forma che vorrebbe, solo nel terzo, con l'attacco di panico, viene acceso un riflettore sulla patologia che lo attanaglia. Così facendo si ridimensiona a pochi minuti di narrazione la centralità di un problema che invece, da quanto ci dice lo stesso Boss nella sua autobiografia, non l'ha mai abbandonato nel corso di tutta la sua esistenza. E pur tuttavia, la sequenza della prima seduta psicanalitica ci arriva comunque diretta, potente e ottimamente gestita da Jeremy Allen White. 

Sul momento m'è parsa un pò forzata anche la storia d'amore con Faye (un'intensa Odessa Young), ma, evidentemente, per l'artista era invece essenziale (e qui si scatena il nerd springstiniano) per il particolare della collana con San Cristoforo che Bruce continua ancora oggi ad indossare costantemente, a sancire probabilmente l'importanza di quella storia nella sua vita. Poi, certo, il rapporto con Faye ci serve anche ad entrare nelle difficoltà relazionali di un uomo abituato ogni  notte ad avere decine di migliaia di persone in pugno, ma che scappa davanti a quelli che potrebbero diventare legami importanti, duraturi.

Viceversa ho particolarmente apprezzato l'interpretazione di Jeremy Strong, che, dopo l'eccellente prova fornita per Roy Cohn, l'avvocato luciferino e corrotto, cattivo maestro del giovane Trump, ci regala un'altra recitazione perfettamente in parte, con un meraviglioso basso profilo, che ben ci spiega il rapporto paterno (nonostante per età si dovrebbe parlare di fratellanza) di Jon Landau con Springsteen. Sua una delle battute più esaltanti del film, quella "Qui, in questo ufficio, nel mio ufficio, noi crediamo in Bruce Springsteen" in risposta al manager CBS che ironizzava sulle potenzialità della canzone My father's house, in effetti la più indigesta di Nebraska, con le sue sei strofe tutte uguali per sei minuti di durata. A lui Landau fa digerire il diktat di Springsteen "no singles, no press, no tour", qualcosa di inaccettabile, per il mercato discografico dell'epoca e per un artista che ha costruito la sua leggenda sui concerti.

In realtà, alla fine, un singolo fu pubblicato. Si trattava di Open all night. E' dall'ultima riga di testo di questo pezzo saturo di disperazione e solitudine (richiamata in premessa al post e curiosamente identica ad un'altra canzone del disco, State trooper), che deriva il titolo della pellicola. Dedicargli qualche secondo pedagogico per spiegarlo forse sarebbe stato opportuno, diversamente lo spettatore deve sbizzarrirsi in ipotesi (anche irriverenti) sulla sua ragion d'essere.

Mettiamola così: il disco Nebraska (su cui peraltro tornerò a breve per la pubblicazione di una expanded edition) è uno dei più importanti della storia moderna della musica, il libro Deliver me from nowhere è un testo importante per comprenderlo a fondo, questo film è un buon prodotto che tuttavia dubito resista in salute all'erosione del tempo.



giovedì 6 novembre 2025

Recensioni capate: Capi di Stato in fuga (2025)


Tira più un film action USA che... 
Recentemente la piattaforma Prime Video ha rilasciato due film action con contaminazioni comedy più o meno marcate. Il primo, su cui nutrivo discrete aspettative, in considerazione del ritorno di Shane Black, è Play dirty (che resuscita per l'ennesima volta Parker, il criminale inventato da Westlake/Stark)il secondo, che avevo pregiudizialmente snobbato è invece Capi di Stato in fuga. Imprevedibilmente il ritorno di Black dietro alla mdp è stato una delusione (film impersonale, che avrebbe potuto dirigere un Simon West qualunque) mentre l'inverosimile Heads of State si è rivelato sì la classica "americanata"(2,5/5), ma con un ottimo ritmo e qualche battuta efficace - ad esempio "l'originalità" con cui gli americani chiamano le cose - . 
Forse perchè la regia è stata affidata al russo Il'ja Najsuller (peraltro anche musicista con la band di indie rock Biting Elbows), già dietro la mdp per Hardcore e Io sono nessuno
Cast ricco: Elba (che qui fa il premier UK, mentre in House of dynamite il presidente USA), Cena, Considine, Chopra Jonas, Gugino, "prezzemolino" Jack Quaid, e a mio avviso ben sfruttato, per una storia che prende in giro grossolanamente i luoghi comuni di britannici e americani, con, soprattutto nel caso di John Cena, un presidente USA ipertrofico, nazionalista, ma tutto sommato bonaccione e un pò tonto. Interessante come il film sia stato girato tra il 2023 e il 2024 ma il traditore americano dietro al complotto per rovesciare l'ordine costituito utilizzi esattamente gli autentici slogan del Trump presidente contro Europa e NATO, colpevoli di aver dissanguato l'America. E insomma, inquadrare come subdolo e meschino traditore un personaggio che usa retorica e "argomenti" di Trump non è proprio malaccio per un film che nasce indiscutibilmente per una fruizione mainstream. 
Dopodichè è chiaro a tutti che i buddy movie di Walter Hill erano ben altra cosa, ma di questi tempi abbiamo visto decisamente di peggio.

Prime video